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L’aeroporto fu edificato nel 1935 e il 1° agosto del 1938 fu intitolato al Ministro dei Lavori Pubblici Luigi Razza. Fu costruito sull’altopiano di Monte Poro, a circa 5 km da Vibo Valentia e su un quadrante d’incrocio tra la statale 18 e la provinciale per Tropea. La realizzazione fu resa possibile, grazie all’approvazione, il 27 maggio del 1934, del Piano Regolatore di ampliamento della Città di Vibo Valentia. Poiché un’area destinata alla costruzione dell’aeroporto ricadeva nel territorio di Jonadi, fu necessario un compromesso tra i due Comuni di Vibo e Jonadi, che stabilì che le aree di sinistra da Vibo verso Mileto, sarebbero state di proprietà del Comune di Jonadi, mentre l’aerea di destra sarebbe rimasta di proprietà del comune di Vibo Valentia.
Il commissario prefettizio per la temporanea amministrazione del comune di Vibo Valentia e il podestà di Jonadi, chiesero la rettifica di confine fra i comuni di Jonadi e di Vibo Valentia, in conformità di apposito progetto planimetrico, visitato dall’ingegnere capo dell’Ufficio del Genio civile di Catanzaro e decretato su proposta di Benito Mussolini il 29 Marzo 1940. Nonostante le dimensioni del campo d’aviazione fossero modeste, permisero il decollo e l’atterraggio di diversi tipi di aeroplani, dagli aerei da trasporto ai caccia e, durante la guerra, dai bombardieri Savoia-Marchetti ai trimotori Heinkel. Dopo la morte di Razza, all’aeroporto venne attribuito il suo nome. Dal primo luglio 1940 il campo assunse la qualifica di “Aeroporto armato di terza classe”. Le sue reali funzioni furono: una scuola di addestramento per radiotecnici, un’officina riparazione aerei ed una scuola di pilotaggio; era considerato un gioiello per strutture e organizzazione. Il 10 luglio 1943, lo stesso giorno dell’invasione alleata della Sicilia, un inferno di fuoco si abbatte sull’aeroporto “Luigi Razza” di Vibo Valentia. L’attacco venne operato da circa 60 bombardieri B-24, al quale seguirono i bombardamenti dell’11, 13, 15, 16 e 20 dello stesso mese. Quelle incursioni decretarono la fine della sua breve storia e quella di oltre cento giovani soldati e avieri italiani e tedeschi. Nel 1943 erano presenti oltre 600 militari tra avieri e soldati dell’esercito oltre ad alcune decine di avieri tedeschi e durante i primi due anni e mezzo di guerra, la vita del campo fu intensa: atterraggio e decollo di centinaia di aerei da trasporto, bombardieri e caccia italiani e tedeschi provenienti da basi italiane e diretti in Sicilia o in Africa settentrionale, attività di assistenza delle sue officine per il controllo, revisione e riparazione di aeroplani, fornitura di carburante, depositi di derrate alimentari, mense e servizi vari. Dopo il primo bombardamento del 10 luglio, particolarmente devastante risultò il bombardamento del 16 luglio. Il carico di morte dei bombardieri consisteva in centinaia di bombe dirompenti da 500 pounds, da varie migliaia di ordigni a frammentazione e da decine di migliaia di colpi di mitragliatrici da 20 mm. Alle ore 10.58 la pioggia di bombe ebbe così inizio. Dei 78 aerei presenti, 50 furono colpiti, le strutture del campo furono completamente distrutte (nella foto, il campo alla fine dei bombardamenti). L’aeroporto di Vibo Valentia fu assediato ed occupato da avanguardie della V divisione dell’VIII armata di Montgomery nel tardo pomeriggio dell’8 settembre 1943, lo stesso giorno in cui, con uno sbarco sulle spiagge di Vibo Marina, gli inglesi avevano intercettato le colonne tedesche dirette verso Salerno accelerandone la ritirata.
Alle 19.45 di quella fatidica giornata, tanto tragica per le sorti della nazione, il generale Badoglio annunciava via radio la firma dell’armistizio e la resa incondizionata dell’Italia. La guerra, in Calabria, era ormai finita.
Attualmente vi ha sede un eliporto militare, gestito dall'Arma dei Carabinieri, base del 14° battaglione "Calabria", all'interno vi sono: la compagnia dei "Cacciatori di Calabria", gli elicotteristi ed il gruppo cinofilo.
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